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Tre articoli da GennaroCarotenuto.it
Come mai la Repubblica, pur avendo un corrispondente a Miami, buca le notizie da Miami?
i giornali di tutto il mondo riportano una notizia che la Repubblica, buca completamente. Almeno nove giornalisti di tutti i più importanti media della Florida, sono stati licenziati in tronco perché è stato dimostrato che prendevano migliaia e a volte centinaia di migliaia di dollari dal governo degli Stati Uniti per confezionare notizie false e tendenziose su Cuba. Leggi e commenta il seguito in questo mail e nel sito
Nell'anniversario dell'11 settembre, con l'Iran l'Europa tratta mentre Bush minaccia un'altra guerra Questo articolo è la traduzione in italiano di quello da me scritto per il quotidiano "La Jornada" di Città del Messico.
Per celebrare l'11, il presidente statunitense George W. Bush non trova di meglio che minacciare una nuova guerra contro il più ovvio e più difficile dei bersagli: l'Iran. Questo paese, secondo Bush, “è come Al Qaeda”. È la misura del fallimento di cinque anni di "guerra al terrore". Leggi e commenta il seguito in questo mail e nel sito
Il mio sogno azzurro di bambino Io, Gennaro Carotenuto, da bambino napoletano, pensavo che tutto il male del pianeta si concentrasse nel... "imperialismo juventino"!
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Come mai la Repubblica, pur avendo un corrispondente a Miami, buca le notizie da Miami?
Gentile direttore de La Repubblica, Ezio Mauro, i giornali di tutto il mondo riportano una notizia che la Repubblica, il quotidiano che lei dirige, mi risulta bucare completamente. Almeno nove giornalisti di tutti i più importanti media della Florida, sono stati licenziati in tronco perché è stato dimostrato che prendevano migliaia e a volte centinaia di migliaia di dollari dal governo degli Stati Uniti per confezionare notizie false e tendenziose su Cuba.
I coinvolti sono tutti nomi molto noti, e la cosa è gravissima non tanto rispetto a Cuba ma per quello che rappresenta un fatto così grave per la libertà di stampa del mondo. Se ad un paese -Cuba- dove da decenni vige una stretta censura informativa si replica con la sistematica manipolazione e falsificazione dell'informazione su quello stesso paese -cosa che per altro tutti i più seri latinoamericanisti denunciano da decenni- è purtroppo la libera stampa ad uscire con le ossa rotte.
Almena una delle persone coinvolte nello scandalo, Carlos Alberto Montaner, è una sorta di madonna pellegrina dell'anticastrismo militante, più volte citato anche dal suo giornale come un'autorità morale e un combattente per la libertà a Cuba, una penna prestigiosa nota su tutti i maggiori quotidiani mondiali, dallo stesso Miami Herald al quotidiano conservatore (già franchista) spagnolo ABC. Sulla recente malattia di Castro ha pubblicato articoli con titoli come "Il cancro renderà giustizia", che riecheggia da vicino -per chiunque abbia orecchio per le cose latinoamericane- quel "Viva il cancro" con il quale a Buenos Aires gli omologhi argentini di Montaner accolsero mezzo secolo fa la malattia e la morte di Eva Duarte de Perón. Almeno dall'85, come ricorda citando le fonti, un gustoso articolo di Raúl Gómez, Montaner propone in maniera ossessiva ai lettori dell'autorevole Miami Herald notizie -false e tendenziose- sul "cancro di Castro", sui cancri di Castro, una decina e in ogni parte del corpo, e gli augura -per 21 anni consecutivi- una sequenza interminabile di malattie e più d'una volta descrive perfino i preparativi del funerale.
Solo adesso, che sappiamo ufficialmente "chi paga" Montaner, possiamo capire con quali coperture ed appoggi, personaggi di tale spessore e grossolanità abbiano potuto trovare ascolto in tutto il mondo e costruire immagini e carriere. E bisognerà ammettere -visto che adesso è conclamato- che se è dovere del cronista verificare le notizie, a volte possono risultare verificate anche le denunce di parte cubana. Quel governo, infatti, da decenni denuncia che Montaner è tutt'altro che un paladino dei diritti umani, ma solo un agente della CIA in servizio permanente effettivo, vicinissimo ai terroristi internazionali Luís Posada Carriles e Orlando Bosch, rei confessi, ma né pentiti né puniti, di crimini che hanno causato la morte di centinaia di persone tra le quali il cittadino italiano Fabio di Celmo.
Non posso sapere, caro direttore, se continueranno ad offrire al suo giornale articoli di Montaner come se fossero le opinioni del Dalai Lama, ma dopo questo scandalo (sono sicuro che le sue letture vadano oltre La Repubblica e quindi ne sia al corrente) è avvisato sulla credibilità di simili personaggi. Uno scandalo così grave come quello scoppiato a Miami testimonia l'improcrastinabilità, l'urgenza vera, di una diversa e più multilaterale lettura su quanto sta avvenendo non solo a Cuba, ma anche in Venezuela, Bolivia, Argentina e in tutta l'America Latina progressista, e in paesi chiave come il Messico, anche da parte del suo giornale.
Bel paese gli Stati Uniti. Media su posizioni anticastriste sbattono fuori le proprie firme più prestigiose per essere state più realiste del re, ed essersi arricchite inventando a pagamento null'altro che quello che in fondo i lettori di quegli stessi media volevano sentirsi dire. Evidentemente lo scandalo emerso è la punta dell'iceberg ed è da sperare che non sia coinvolto anche il giornalismo europeo ed italiano dopo che lo scorso anno anche l'associazione "Reporter senza Frontiere" fu costretta ad ammettere di essere finanziata dalla stessa CIA.
Da noi l'Agente Betulla (alias Renato Farina) ha continuato a lavorare come niente fosse, e Giuliano Ferrara fa un vanto dell'essere (stato?) pagato della CIA. Sono sicuro che il suo giornale, che ha sempre avuto un atteggiamento intransigente verso le commistioni tra informazione e servizi segreti, e che ha pagato spesso prezzi alti, come il caso Bonino-D'Avanzo ha dimostrato, abbia gli anticorpi per non essere toccato da tali infiltrazioni.
Quello che mi lascia stupito però -mi consenta e chiudo- è che il suo giornale mi risulta avere un corrispondente dall'America Latina che afferma che il miglior posto per coprire i fatti latinoamericani sia proprio Miami (precisamente il News Café, al numero 800 dell'Ocean Drive di Miami Beach, tel. +1 305 5386397). Lì, all'aperto di fronte alla spiaggia (come racconta il suo stesso corrispondente dall'America Latina, Omero Ciai), si riunisce il fior fiore del mondo dei media della Florida.
Caro direttore, se è vero come è vero che al News Café, dove sverna Omero Ciai, non si parla d'altro che di Montaner, Cao, Olga Connor e le altre penne false, tendenziose e prezzolate, anticubane a prescindere ed a pagamento, com'è possibile che il suo giornale buchi completamente una notizia così rilevante?
Parole chiave: America Latina, Cuba, informazione, disinformazione, propaganda, deontologia giornalismo, Miami Herald, CIA, Carlos Alberto Montaner, Omero Ciai, Miami, News Café, Fidel Castro, Ezio Mauro, La Repubblica, Renato Farina, Giuliano Ferrara, Luís Posada Carriles, Orlando Bosch, terrorismo di stato
Nell'anniversario dell'11 settembre, con l'Iran l'Europa tratta mentre Bush minaccia un'altra guerra
Questo articolo è la traduzione in italiano di quello da me scritto per il quotidiano "La Jornada" di Città del Messico.
Per celebrare l'11, il presidente statunitense George W. Bush non trova di meglio che minacciare una nuova guerra contro il più ovvio e più difficile dei bersagli: l'Iran. Questo paese, secondo Bush, “è come Al Qaeda”. È la misura del fallimento di cinque anni di "guerra al terrore".
Nella fase attuale dei negoziati tra Unione Europea (la troika), le Nazioni Unite (i 5+1) e l'Iran, le parole più sagge le ha avute Felipe González. Atterrando a Madrid, dopo di essersi incontrato a Teheran con il presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad, l'ex presidente socialista spagnolo ha affermato che ci sono importanti margini di trattativa, che l'Iran non vuole l'arma atomica, ma esige il rispetto del suo diritto allo sviluppo tecnologico garantito dallo stesso trattato di non proliferazione nucleare. In una situazione nella quale Bush e Ahmedinejad si scambiano quotidianamente insulti che risultano surreali per l'osservatore internazionale, González ha riportato la crisi al suo punto di partenza, spogliandola di propaganda e estremismi.
Risulta chiaro che, nella partita per il nucleare iraniano, si confrontano almeno quattro posizioni. La prima è quella dello stesso Iran, che vive una fase storica nella quale vede possibile la consacrazione del proprio ruolo di potenza regionale. Il suicidio statunitense in Iraq ha trasformato questo paese in zona d'influenza iraniana -paradossale dopo che negli anni '80, con Saddam Hussein, gli Stati Uniti avevano utilizzato proprio l'Iraq per limitare l'espansione rivoluzionaria degli ayatollah- e il fallimento bellico israeliano in Libano ha aumentato il prestigio perfino dell'industria bellica persiana. Una seconda posizione, quella europea, cerca una soluzione che convinca Teheran a rinunziare alla bomba attraverso i negoziati. Per l'Unione Europea, una nueva guerra statunitense, sarebbe una tragedia e un rischio mortale per la sicurezza energetica e commerciale dell'Europa. Anche se non escludono sanzioni, puntano sui negoziati. Un terzo gruppo, che in parte si interseca col secondo, maggioritario nel Consiglio di Sicurezza, ma che lascia perplesse la Cina e la Russia, punta a sanzioni immediate contro l'Iran che il 31 agosto ha violato la risoluzione numero 1.696 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e non ha sospeso il processo di arricchimento dell'uranio. L'ultima squadra, espressione del neoconservatorismo statunitense, con presenze importanti in Israele, cerca di utilizzare il pretesto nucleare per impedire che Teheran eserciti il suo ruolo di potenza regionale e regolare definitivamente e con le armi i conti sia con l'Iran che con la Siria.
L'Iran, firmando nel 1970 il trattato di non proliferazione nucleare, accettò di rinunciare alla bomba atomica e il fatto che la rivoluzione komeinista non abbia mai denunciato quella firma, va inteso come un valore in sé. Tuttavia, proprio per quello stesso trattato, nessuno può discutere il diritto iraniano allo sviluppo nucleare pacifico. Purtroppo, sia gli Stati Uniti che l'Iran, quando dicono pacifico intendono bellico e sia il fondamentalista protestante Bush che il fondamentalista sciita Ahmedinejad, si considerano strumenti delle loro rispettive divinità per realizzare missioni storiche. Bush, per mettere fine alla politica estera indipendente inaugurata in Iran solo dalla Repubblica Islamica (dopo l'episodio Mossadeq quando gli anglostatunitensi dimostrarono di considerare l'Iran come una semicolonia alla stregua del Guatemala o della Repubblica Dominicana), è disposto a sacrificare perfino quel minimo di governabilità raggiunto in Iraq, proprio in coabitazione con Teheran. Bush vuol giocarsi le traballanti relazioni con gli sciiti iracheni, per evitare la realizzazione dei presunti obbiettivi iraniani, ma per farlo confonde la minaccia del sunnita Osama Bin Laden con quella degli sciiti iraniani: mettere fine al neocolonialismo statunitense nella regione, ai regimi musulmani prooccidentali, distruggere Israele. Ahmedinejad risponde con un discorso radicale che si accorda perfettamente al discorso di Bush e la retorica dell'uno è funzionale a quella dell'altro. Per il presidente iraniano l'Islam è il futuro rispetto ad un liberalismo decadente. Bush, cinque anni dopo l'11 settembre, non può ammettere che la guerra contro il terrorismo, e tutta l'impalcatura dell'unilateralismo neocon, siano in stallo -se non sconfitti- per l'incapacità del messianismo protestante di coniugare la forza con la politica. Non un solo paese al mondo è oggi più sicuro per gli interessi statunitensi, e la dimostrazione definitiva è stato il caso libanese. Il Libano era mostrato come modello del successo della strategia di esportazione della democrazia e del Grande Medio Oriente ma, alla prima occasione, l'alleato israeliano ha ritenuto di non avere altra via che cancellarlo dal pianeta. Oggi i nemici sono aumentati rispetto a cinque anni fa e dopo l'ultima guerra libanese il mondo islamico si è perfino convinto che sia Israele che gli Stati Uniti non siano invincibili. Paradossalmente il pianeta è molto più multilaterale oggi di quando inizio l'imposizione dell'unilateralismo statunitense chiamato "Progetto per un nuovo secolo americano", le tavole della legge del neoconservatorismo. È chiaro oggi che proprio la logica della guerra contro il terrorismo impedisce agli Stati Uniti di fare politica, raccogliendo i segnali che gli iraniani moderati -i riformisti di Kathami, i tecnomullah di Akbar Hashemi Rafsanjani- hanno continuato a lanciare verso Washington. Bush non ascolta, non ascolta mai, e sogna oggi di imporre il più stretto isolamento all'Iran -quasi un embargo che ricorda quello di Cuba- per abbattere il regime, possibilmente manu militari.
Quello di Bush è un sogno pericoloso oltre che impraticabile. Sia la Russia che la Cina, entrambi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, come altri attori globali come l'India e il Venezuela, testimoniano che la comunità internazionale, che coincide sempre meno con l'Occidente, va in un'altra direzione e non ha nessun interesse ad isolare l'Iran. Dal 1997 il riformista -qualunque cosa significhi- Mohammad Kathami ha lanciato ininterrottamente segnali di riconciliazione. Mentre gli europei -in particolare Germania ed Italia- stabilivano fruttuose relazioni con Teheran, solo “il grande Satana” non raccolse quei segnali. Adesso in Iran la stagione riformista è terminata –soprattutto a causa delle guerre concentriche con le quali gli Stati Uniti hanno circondato il paese, dall'Afghanistan all'Iraq- e sono ritornati a comandare gli estremisti. Forse ha ragione Bush sul fatto che con Ahmedinejad non si può trattare. Eppure, chi ha spinto l'Iran verso una svolta a destra se non la politica costantemente aggressiva degli Stati Uniti che ha rafforzato i Pasdaran dei quali proprio Ahmedinejad è espressione, incapace di differenziare tra le diverse anime della teocrazia iraniana? Forse la misura più chiara dell'incapacità statunitense di comprendere la realtà iraniana e quindi fare politica è testimoniata dal protervo, crudele e dannoso mantenimento nella lista dei gruppi terroristi dei "Mojahedin del popolo", la principale organizzazione politico-militare che si oppone al regime. Proprio questa settimana il mojahedin Valiollah Feyz Mahdavi, 28 anni, è morto in galera in circostanze che neanche Amnistia Internazionale riesce a chiarire. È almeno il sesto prigioniero politico iraniano morto in carcere quest'anno nell'indifferenza di quell'Occidente che si autodefinisce "comunità internazionale". Tale indifferenza esplicita che il cammino verso il cambio di regime per i neocon passa esclusivamente attraverso il loro intervento dall'esterno. L'uso della forza appare sempre di più l'unico strumento della politica estera statunitense anche se, in questo modo, perfino la deterrenza perde valore come arma negoziale. È palese che l'aggressività statunitense sia invece lo strumento più utile alla continuità dello stesso regime iraniano. Ed è la misura del totale fallimento della politica mediorientale di Bush a cinque anni dall'11 settembre.
Parole chiave: Politica internazionale, Iran, nucleare iraniano, Stati Uniti, neocons, neoconservatorismo, fondamentalismo protestante, fondamentalismo islamico, George Bush, Bush, Mahmoud Ahmedinejad, Ahmedinejad, Felipe González, González, Unione Europea
Il mio sogno azzurro di bambino
Io, Gennaro Carotenuto, da bambino napoletano, pensavo che tutto il male del pianeta si concentrasse nel... "imperialismo juventino"! Mia madre cercava di riportarmi alla ragione, ma io non volevo sentire ragioni. Ero convinto che ogni singolo calcio di punizione, ogni rigore, ogni cartellino a favore della Juventus fosse frutto di un malevolo complotto. Oggi mitigo (lievemente) quel giudizio, ma da qualche parte di me continuo a pensare che la squadra di Gianni Agnelli, di Giampiero Boniperti e di Roberto Bettega (come pensare qualcuno di più antipatico al mondo?), non abbia mai vinto neanche un'amichevole in maniera pulita. Prima di Moggi, con Moggi e dopo Moggi.
Era il Napoli di Vinicio 'o lione, ovviamente, l'unica squadra di pallone che mi sia stata e mi stia veramente a cuore. Una squadra (Carmignani, Bruscolotti, La Palma...), che sfiorò lo scudetto con un attacco con Sergio Clerici, el gringo, Giorgio Braglia e Peppe Massa (il mio eroe) all'ala. Passavo ore a rovinare i riposi pomeridiani di mamma calciando il Supertele contro la porta di casa e gridando MAAASSSSAAAAA! Poi arrivava papà e gli strappavo il giornale sudato e correvo a leggere del Napoli ma anche del resto.
Lo perdemmo a Torino quello scudetto, alla penultima partita o giù di lì, all'89esimo minuto con un gol di Altafini. Arrivammo secondi a due punti, un sospiro. Ancora adesso non riesco a pensare a molte cose più crudeli nella vita. Ero così convinto che il calcio fosse la misura delle cose che quando mio padre mi spiegò che se Napoli non costruiva la metropolitana i fondi sarebbero andati ad un'altra città, cominciai ad odiare profondamente Cesena, che evidentemente ci seguiva in classifica in quel momento, e che per un destino cinico e baro, sottraeva ingiustamente i fondi per la metropolitana alla mia città.
Non mi è mai piaciuto "guardare il pallone" alla televisione, perché il calcio è una cosa per la radio ("scusa Ameri sono Ciotti, qui ha segnato Bruscolotti..."), anche se mi arrabbiavo perché il Napoli non era sempre e solo il campo principale. Il calcio, ma direi meglio, il Napoli, è una delle cose che più di tutte mi mette in contatto con me bambino. Per questo e per molto altro brindo alla Juventus in serie B! E' un sogno che si realizza ed solo un piccolo risarcimento di tante pene! http://www.gennarocarotenuto.it
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Por lobitogabriel - 11 de Septiembre, 2006, 7:09, Categoría: periodico
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